L’esperienza pedagogica e culturale promossa a Firenze da Ernesto Codignola nel secondo dopoguerra costituisce un capitolo di primaria importanza nel processo di rinnovamento della scuola e della società italiana. Il suo impegno si è articolato lungo un duplice fronte, integrato e complementare: da un lato quello istituzionale e operativo, concretizzatosi nella fondazione della Scuola-Città Pestalozzi come laboratorio pratico di formazione democratica; dall’altro quello teorico e saggistico, coltivato attraverso la rivista “Scuola e Città”, edita da La Nuova Italia. Incrociando la sperimentazione didattica sul campo con la ricerca scientifica e il dibattito politico-editoriale, il nucleo intellettuale guidato da Codignola – con il fondamentale apporto del figlio Tristano, della moglie Anna Maria Melli e di figure come Lamberto Borghi – ha offerto un contributo determinante al superamento del modello scolastico autoritario e nozionistico. Tale riflessione, radicata nell’alveo dell’attivismo pedagogico deweyano e del pensiero laico e social-liberale, ha tradotto le istanze civiche del secondo Novecento in un’idea di istituzione educativa intesa come organo vitale della comunità, fondato sulla partecipazione democratica, sull’autogoverno e sulla centralità dell’esperienza diretta.
L’atto di nascita della Scuola-Città Pestalozzi si colloca nel gennaio del 1945, all’indomani della Liberazione, rispondendo a una duplice esigenza sociale e pedagogica: garantire un presidio educativo alle famiglie disagiate del quartiere fiorentino di Santa Croce e strutturare uno spazio di formazione civica basato sui principi della democrazia e dell’autogoverno. Nata inizialmente come scuola di Differenziazione Didattica – denominazione con cui si definivano le strutture sperimentali a tempo pieno con orario prolungato a otto ore e servizio di mensa – la Pestalozzi si articola originariamente su un ciclo di otto classi, dalla prima all’ottava.
Nel corso dei decenni, l’istituto ha assunto una funzione d’avanguardia all’interno dell’ordinamento scolastico nazionale attraverso tappe evolutive fondamentali. Nel 1962, in corrispondenza con l’istituzione della scuola media unica, l’istituto diventa la prima realtà a sperimentare un percorso unitario e continuo dell’obbligo scolastico. Successivamente, nel 1975, a seguito dell’emanazione del D.P.R. 419/74 – che riconosce la ricerca e la sperimentazione quali strumenti di aggiornamento docente –, il Ministero della Pubblica Istruzione formalizza lo status della Pestalozzi come scuola interamente sperimentale. A partire dagli anni Novanta viene adottata la programmazione ottennale delle attività di sperimentazione, con verifiche di medio termine cadenzate a quattro anni. Nel 1997, l’istituto assume anche la funzione di “Centro risorse per la formazione dei docenti”, diventando un punto di riferimento per la documentazione, la divulgazione e la formazione in servizio del personale direttivo e docente. Infine, nel 2006, in sinergia con altre realtà storiche della sperimentazione italiana quali la Scuola Don Milani di Genova e la Scuola della Rinascita di Milano, la Pestalozzi ottiene l’autorizzazione ministeriale per l’avvio del progetto di innovazione “Scuole laboratorio”, finalizzato a mettere il patrimonio di ricerca accumulato a servizio dell'autonomia delle istituzioni scolastiche.
Nel marzo del 1950, la fondazione della rivista “Scuola e Città” stabilisce il versante teorico e editoriale dell’impresa educativa promossa dalla famiglia Codignola. Nata come organo di riflessione e battaglia culturale edita da La Nuova Italia, la testata si propone l’obiettivo primario di superare il conformismo e l’isolamento della scuola tradizionale.
Il progetto editoriale perseguito e attuato da Ernesto Codignola, che guida la rivista come direttore nei suoi primi quindici anni, si sviluppa lungo direttrici strategiche ben definite e strettamente collegate tra loro. In primo luogo, la rivista viene concepita come una “sorella minore” de “Il Ponte” – la rivista fondata nel 1945 da Piero Calamandrei –, configurandosi come sponda pedagogica del pensiero liberal-socialista espresso prima nel Partito d’Azione e poi nelle forze laiche del dopoguerra, saldando così l’azione educativa a quella politica. A questa istanza si affianca una marcata vocazione all’internazionalismo pedagogico: pur rifiutando uno sterile trapianto di modelli internazionali, la testata apre il proprio comitato direttivo a studiosi e pedagogisti di rilievo internazionale, promuovendo la circolazione e la traduzione delle principali opere di John Dewey e dell’attivismo pedagogico contemporaneo. Infine, la rivista persegue il superamento del tecnicismo didattico, rifiutando di configurarsi come un semplice bollettino interno delle attività della Scuola Pestalozzi per porsi invece come una vera e propria palestra di dibattito mirata alla riconsiderazione del rapporto tra scuola, comunità locale e controllo sociale.
La nascita della rivista stimola un vivace confronto intellettuale sulle colonne della stampa dell’epoca, rendendo “Scuola e Città” uno dei luoghi centrali del dibattito ideologico sulle riforme educative nell’Italia della ricostruzione post bellica.
Nel 1950, il matematico, pedagogista e intellettuale comunista Lucio Lombardo Radice interviene sulla rivista “Società” con un contributo dal titolo Scuola e Città (o della Provincia pedagogica). Pur accogliendo favorevolmente l’irrobustimento del fronte laico, la critica marxista imputa all’impostazione di Codignola e dei deweyani un limite sostanziale: l’ancoraggio a posizioni di riformismo liberale e l’incapacità di cogliere le contraddizioni di classe della società capitalistica. Evocando il concetto goethiano di “provincia pedagogica”, la pubblicazione adombra il rischio che le esperienze di scuola attiva e progressista possano risolversi in un’utopia democratica isolata e paternalistica, incapace di incidere sulla struttura dei rapporti sociali.
Nonostante le repliche di segno opposto – tra cui quella del pedagogista Francesco De Bartolomeis, che rivendica la presenza nell’alveo della rivista di molteplici sensibilità, comprese quelle del socialismo di sinistra – questo confronto segna l’inizio di un lungo e fecondo dialogo-scontro tra la matrice deweyana e la cultura marxista sul tema dei contenuti, dei metodi e della politica scolastica.
Con il progressivo disimpegno di Ernesto Codignola e la successiva direzione di Lamberto Borghi – assunta ufficiosamente nel 1955 e formalizzata nel 1966 –, la rivista “Scuola e Città” conosce una fase di maturità teorica e di ampliamento dei propri orizzonti epistemologici. Borghi consolida la linea editoriale delineata da Tristano Codignola, fondata sul legame indissolubile tra ricerca educativa e azione politica.
In questa fase, la rivista stabilizza tre principali vettori di ricerca, riassunti dallo stesso Borghi in occasione del trentennale della testata nel 1980. Il primo vettore è costituito dallo sperimentalismo attivo, inteso come la costante rielaborazione della lezione di John Dewey e delle metodologie della scuola attiva. Ad esso si affianca l’analisi sociopolitica di matrice marxista, aperta a contributi di scomposizione critica dei contesti sociali e istituzionali dell’istruzione. Il terzo vettore si identifica con la critica dell’esistente e l’innovazione dal basso, concentrata sulla riflessione permanente sui processi di reforma, sulla conduzione dell’innovazione didattica e sul rapporto dinamico tra cultura e politica.
Questa articolata impostazione assicura alla rivista la cifra del “pluralismo pedagogico” e di un solido confronto multiscalare, accogliendo contributi caratterizzati da un forte impianto interdisciplinare. Negli anni Settanta, con le redazioni guidate da Antonio Santoni Rugiu e successivamente con il trasferimento della sede a Roma sotto la direzione collegiale di Angelo Broccoli, Maria Corda Costa, Aldo Visalberghi e Raffaele Laporta, “Scuola e Città” accentua la storiografia educativa e l’analisi dei decreti delegati, confermando la ricerca storica al servizio dell’impegno civile ed etico.
L’esame dell’esperienza storica della Scuola-Città Pestalozzi e delle pagine di “Scuola e Città” rivela lo spessore di una stagione intellettuale in cui la teoria pedagogica e la pratica istituzionale si sono fuse in un unico disegno di trasformazione sociale. Attraverso l’organizzazione della scuola come micro-comunità democratica, il costante confronto internazionale, il rigore dello sperimentalismo didattico e il dibattito aperto tra le diverse culture della Sinistra laica, l’ambiente fiorentino legato ai Codignola ha offerto un contributo decisivo al superamento dei modelli scolastici autoritari. L’eredità di tale percorso risiede nella formulazione di una visione dell’istituzione scolastica intesa non come organismo separato, bensì come presidio attivo di democrazia, di uguaglianza e di sviluppo critico del cittadino.
Ultimo aggiornamento
30.09.2026