Giuseppe Giorgio Gori, architetto fiorentino e docente presso la Facoltà di Architettura di Firenze, ha dedicato una parte consistente della sua traiettoria professionale al tema della scuola e della pedagogia ad essa legata. Il suo straordinario impegno si è mosso lungo un duplice fronte, costantemente interconnesso: da un lato quello professionale, che lo ha visto impegnato nella progettazione e nella realizzazione di scuole materne, elementari e medie; dall’altro quello didattico e scientifico, coltivato all’interno delle aule universitarie fiorentine in qualità di docente e direttore dell’Istituto di Architettura degli Interni. Incrociando queste due traiettorie – la progettazione spaziale e la ricerca accademica (la produzione relativa al duplice impegno del protagonista è conservata nelle serie 3, 4 e 5 del fondo Gori, conservato presso la Biblioteca di Scienze Tecnologiche – Architettura) – Gori ha offerto un contributo di primaria importanza all’innovazione tipologica dell’edilizia scolastica dapprima in Toscana e poi anche in Italia. La sua riflessione si radica nell’alveo della cosiddetta “Scuola Fiorentina”, traducendo le istanze sociali, civiche e pedagogiche del secondo Novecento in una nuova idea di spazio scolastico, inteso non più come rigido contenitore di lezioni frontali, bensì come un “dispositivo educativo” accogliente e organicamente aperto alla comunità.
Il punto di svolta teorico e pratico nella produzione di Gori si colloca alla fine degli anni Cinquanta, in corrispondenza con il fervore legislativo e normativo italiano (come la Legge sul prolungamento dell’obbligo e il Convegno di Salerno del 1957 sull’edilizia scolastica). Insieme al collega Rosario Vernuccio, Gori elabora nel 1957 due progetti paradigmatici per la città di Grosseto.
Nel progetto per la Scuola Elementare di via della Pace (1957) (serie 3_50), l’architetto esprime con chiarezza la volontà di rifuggire da soluzioni monumentali o artificiali, sposando i criteri ministeriali di moderna semplicità, funzionalità ed economia. La scuola viene concepita attraverso due distinte varianti distributive che pongono al centro il benessere psicologico dell’allievo:
Proprio l’aula comune emerge come una tra le innovazioni tipologiche più significative del repertorio di Gori. Per l’architetto, la scuola deve configurarsi come la naturale continuazione della vita familiare, una vera e propria “casa” capace di preservare valori affettivi e serenità. L’aula comune è quindi uno spazio ibrido e flessibile: la presenza di un “angolo camino” e degli spogliatoi evoca la dimensione domestica, mentre arredi mobili, tavoloni per attività collettive e armadiature integrate consentono una transizione agile tra gioco, lavoro di gruppo e riposo.
Pochi mesi dopo, nella Scuola Elementare in zona Portavecchia a Grosseto (serie 3_52), Gori e Vernuccio perfezionano l’impianto volumetrico inserendo l’edificio in un contesto prevalentemente verde. Qui la separazione dei flussi, il controllo dell’orientamento solare (aule a sud-est, corridoi di distribuzione a nord) e l’utilizzo di percorsi coperti per l’attesa dei genitori testimoniano una cura millimetrica per la sicurezza e la qualità della vita quotidiana all’interno del microcosmo scolastico.
Nei primi anni Sessanta, l’attività professionale si confronta con scale dimensionali e gradi scolastici più complessi, dove le esigenze didattiche si fondono con precise istanze di comfort acustico, cromatico e d’arredo.
L’Istituto Tecnico e Commerciale di Carrara (1960) (serie 3_62), firmato con Vernuccio, accoglie circa 500 allievi e si articola in cinque corpi di fabbrica differenziati per funzioni (aule comuni, speciali, ad anfiteatro, laboratori e Aula Magna). Il progetto è governato da una rigorosa zonizzazione acustica: i corpi edilizi e fitte fasce verdi alberate fungono da cuscinetti protettivi, confinando i rumori della viabilità e delle attività sportive ai margini del lotto e garantendo il silenzio assoluto nelle zone centrali destinate allo studio. Di grande modernità è lo studio del colore negli interni, inteso non come mero espediente decorativo, ma come strumento psicopedagogico attivo.
Nel progetto per la Scuola di Avviamento Professionale e Scuola Elementare di Manciano (1960) (serie 3_74), l’attenzione della ricerca accademica si riversa nella progettazione sistematica degli arredi non di serie. Gori disegna banchi, cattedre, sedute e scaffalature modulari ricorrendo a strutture in tubolare d’acciaio, legno massiccio e laminati plastici. L’introduzione di elementi girevoli, regolabili e di armadi a caselle individuali con serratura risponde ai dettami della pedagogia attiva di Maria Montessori, stimolando l’autodeterminazione, il senso di responsabilità e l’autonomia del bambino.
Poco dopo, il complesso della Scuola dell’Obbligo a San Paolo di Prato (1962-1967) (serie 3_85) estende la riflessione alla scala urbana. Ampliandosi nel tempo fino a includere scuola materna, elementare, media, piscina e mensa, l’organismo scolastico viene concepito da Gori come una “piccola città”. Nella visione dell’architetto l’articolazione dello spazio in patii, corti interne e variazioni volumetriche riflette la complessità dei processi educativi elevando l’edificio scolastico alla pari di un presidio di formazione civica e sociale nella periferia urbana.
Nel 1963, la partecipazione al Concorso Nazionale di Idee per una Scuola Media Tipo a Bologna (serie 3_97) (dove il gruppo guidato da Gori si classifica al 4° posto con il progetto intitolato “La Strada”) offre l’occasione per una sintesi teorica sulle implicazioni spaziali della riforma della scuola media unica del 1962. La relazione tecnico-scientifica della commissione giudicatrice del concorso – di cui Gori recepisce e anticipa le istanze nelle sue aule universitarie – individua nello spazio non una semplice cornice dell’insegnamento, ma uno strumento didattico imprescindibile.
Il dibattito si concentra sul superamento della rigida dicotomia tra attività teoriche (svolte passivamente nelle aule tradizionali) e attività pratiche (relegate in officine o laboratori speciali separati). La ricerca di Gori promuove una totale integrazione spaziale attraverso la sperimentazione dell’aula-laboratorio, considerando proprio l’attività laboratoriale un utile complemento allo studio tradizionale: due forme di apprendimento in un unico spazio condiviso.
Inoltre, in questo contesto si sviluppa l’innovativa nozione di “forme evolutive”: secondo Gori l’architetto non deve consegnare uno spazio rigidamente concluso, ma deve limitarsi a fissare i parametri morfologici e strutturali di fondo, lasciando che i parametri complementari e accessori vengano definiti e modificati nel tempo dall’intervento creativo, quotidiano e congiunto di allievi e docenti. Questa stessa organizzazione distributiva trova applicazione nella Scuola Media alla Padula a Carrara (1966) (serie 3_102), dove Gori introduce il concetto della “strada interna”: i connettivi non sono semplici corridoi di transito, ma spazi vissuti di sosta, incontro e socializzazione.
Negli ultimi anni della sua produzione, l’attenzione del docente si focalizza sulla scala dell’infanzia e sul ruolo del verde inteso come ulteriore “dispositivo pedagogico”. Nel 1967, il Comune di Bologna affida a Gori la progettazione di due scuole materne a tre sezioni nei quartieri popolari Barca (Lottizzazione Marta) e Bitone (serie 3_106).
In entrambi i complessi, l’architetto adotta un linguaggio costruttivo essenziale (cemento armato a vista alternato a murature in mattoni) e organizza le tre sezioni come unità pedagogiche autonome e indipendenti, collocate a quote differenti per seguire l’andamento del terreno. Il cuore geometrico e sociale delle scuole è lo spazio giochi-teatrino, conformato a cavea con gradoni per ospitare assemblee, feste e rappresentazioni collettive.
Il verde esterno viene minuziosamente gerarchizzato: accanto a zone lastricate per il gioco e prati alberati per la quiete e la recitazione, Gori inserisce gli orticelli individuali e collettivi e una specifica zona per gli animali da cortile (pollaio, conigliera, piccionaia). La natura non è un elemento decorativo o residuale, ma un laboratorio scientifico vivente: il bambino impara a osservare i cicli biologici, a prendersi cura del territorio condiviso e a sviluppare una coscienza ecologica e affettiva attraverso l’azione diretta.
Infine, l’ampliamento della Scuola Elementare di Pian del Mugnone a Fiesole (1969) (serie 3_110) chiude idealmente la selezione d’archivio affrontando il tema dell’integrazione materica e del rispetto del paesaggio antropizzato. Trovandosi in un contesto rurale dove i bambini vivono già a stretto contatto con la campagna, Gori evita la progettazione di un grande parco interno. Predispone invece una densa cintura perimetrale di vegetazione con filari alberati e siepi che funge da barriera visiva e acustica rispetto alle strade e alle abitazioni confinanti, mantenendo l’edificio baricentrico e protetto. I materiali scelti – pietra forte a spacco per i basamenti, cemento a cassero piallato, pavimenti in gres ceramico rosso e finiture interne in legno di mogano e ottone – esprimono una marcata nudità espressiva, restituendo agli utenti una struttura solida, igienica e accogliente.
L’analisi dei documenti archivistici relativi all’attività di Giuseppe Giorgio Gori centrata attorno al tema dell’edificio scolastico, rivela la statura di un architetto-intellettuale capace di tradurre la ricerca accademica e la speculazione pedagogica in forme costruite di grande chiarezza geometrica e spessore sociale. Attraverso l’elaborazione dell’aula comune, la flessibilità dell’aula-laboratorio, lo studio scientifico del comfort cromatico e l’utilizzo virtuoso del verde naturale come manifesto educativo, Gori ha apportato un tentativo concreto nello scardinamento dei vecchi modelli dell’edilizia monumentale prefabbricata e post-fascista, consegnando al patrimonio architettonico toscano e italiano una visione dello spazio scolastico inteso come luogo di democrazia, stimolo intellettuale e crescita dell’individuo.
Ultimo aggiornamento
01.10.2026